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Conoscere Bussolengo
Beni Montresor

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    Beni nasce a Bussolengo il 31 marzo 1926 da Angelo Silvino, falegname molto stimato e apprezzato in paese, e da Maria Fantin. Il padre, come consuetudine, volle il primogenito nella piccola bottega artigiana per dare continuità all’impresa di famiglia.
    Alla fine, i suoi continui disastrosi esiti come aiuto falegname, convinsero papà Silvino, più per disperazione che per convinzione, a mandarlo a studiare. In paese era stata aperta proprio in quegli anni una scuola d’agraria. Allevare mucche e spargere concimi non era proprio il suo sogno, ma almeno poteva studiare e alleviare in parte quella sete di sapere, di conoscere, di esplorare e di sperimentare che lo ha contraddistinto per tutta la vita.
    Accortosi fin d’allora che il paese gli andava stretto e che la famiglia non assecondava la sua naturale vocazione verso l’arte, si preparò ad abbandonare paese e famiglia.
    La prima tappa fu Venezia, dove, senza dirlo a nessuno, si iscrisse all’Accademia di Belle Arti, al corso di pittura.
    Affascinato dalle commedie che venivano trasmesse alla radio, Beni fu preso dal desiderio di cimentarsi in questo nuovo campo. La sua prima opera, trasmessa dalla RAI, s’intitolava “Angelina e le beate”. In paese provocò uno scandalo, perché rappresentava uno spaccato della vita bigotta della Bussolengo di quegli anni e metteva a nudo fatti e mentalità che allora era sconveniente mettere in piazza.
    Quella fu anche l’occasione per approdare a Roma, dove scrisse altre commedie per la RAI, ma, soprattutto per iscriversi al Centro Sperimentale di Cinematografia ed entrare nel mondo del cinema. Dapprima fu aiuto scenografo, in seguito scenografo di grandi registi come Rossellini, De Sica e Fellini. In sette anni d’intenso lavoro partecipò a ventinove pellicole, alcune delle quali, come “Poveri ma belli” e “Nella città l’inferno”, entrarono nella storia del neorealismo italiano.
    Ma la “curiositas”, quella brama di sapere che l’ha sempre contraddistinto, quella febbre di nuove esperienze, quel desiderio di conoscere nuovi mondi, lo spinse nel 1959 a lasciare anche Roma per l’America, dove pensava di restare soltanto qualche settimana.
    Decise di restare, ma dovette ricominciare tutto da capo. A New York era uno sconosciuto e non parlava una parola d’inglese. Un’amica lo presentò al maestro Giancarlo Menotti, il mitico fondatore del Festival dei Due Mondi di Spoleto. Menotti, visti i bozzetti che Beni gli aveva presentato, gli affidò la scenografia della sua nuova opera, Vanessa.
    Il successo ottenuto in quella prima occasione gli spalancò, come per incanto, le porte di tutti gli altri teatri, primo fra tutti, il Metropolitan di New York. Quando la città di New York terminò la costruzione del nuovo gigantesco teatro dell’opera, il Lincoln Center, a Beni fu affidato l’allestimento dell’opera inaugurale “La Gioconda” di Ponchielli, con Renata Tebaldi e Franco Corelli protagonisti. Fu un successo strepitoso, le sue scene, i costumi sfolgoranti di oro e di colori che evocavano lo splendore di una Venezia magica, abbagliarono gli americani a tal punto che il “New York Times” recensì lo spettacolo, esaltando in particolare la fantasia di questo “new italian artist”.
    Regista teatrale e cinematografico, scenografo e scrittore, Beni Montresor ha spaziato nei più vari campi, ottenendo dappertutto successi e consensi. Ha lavorato nei più prestigiosi teatri del mondo e con gli artisti più conosciuti. Dal 1960 ha vissuto a New York, città che gli ha allestito nel 1981 al Lincoln Center, una grande mostra antologica, “The Magic of Montresor”, che è anche il titolo di un volume pubblicato nel 1995 in Italia per le edizioni Novecento.
    Verso la fine della sua vita amava tornare, appena poteva, a Bussolengo, dove sentiva che erano le sue radici e il legame con quella terra che aveva dovuto lasciare, ma che portava dentro di sé. «Qui, nella mia casa di Bussolengo» diceva «ritrovo una dimensione e provo delle sensazioni che mi è impossibile vivere quando sono in giro per il mondo. Questa è la mia oasi di pace, tra campi e vigneti, ma anche quando sono qui continuo a lavorare. Ho deciso che morirò sul palcoscenico come Molière».
    Al Teatro Romano di Verona nel 1998 ha presentato al Festival Shakespeariano il musical “Twelfth Night” con musiche di Rossini che gli ha fruttato il premio Basilica Palladiana e in Arena nel 1999 ha curato la messa in scena della “Vedova Allegra”. Tra gli innumerevoli riconoscimenti che gli sono stati attribuiti ci sono il premio del Ministero francese per la cultura per “Salomè” assegnato a Tolosa, il premio Massine per il contributo dato all’arte del balletto, quattro nomination per il Tony, il più prestigioso premio di Broadway. Sempre negli States, Montresor ha vinto il Caldencott Award, il più importante premio americano per la letteratura infantile con il volume “May I Bring a Friend” e la medaglia d’oro dell’Istituto Americano d’Arte. L’amministrazione comunale di Bussolengo, gli ha conferito il riconoscimento Bussolengo Premia assegnato a chi ha dato lustro al paese.
    Presagendo, forse, l’avvicinarsi della morte deciso a «morire sul palcoscenico come Molière», negli ultimi due anni Beni si è calato in un’attività frenetica, realizzando la messa in scena di Otello per l’inaugurazione della stagione 1999 al Teatro Colon di Buenos Aires, di Sansone e Dalila al teatro Real di Madrid, della Vedova Allegra all’Arena di Verona, di Werther al Teatro Massimo di Palermo, di Faust al Teatro Carlo Felice di Genova, di Traviata a Jesi e di Tosca a Torre del Lago in occasione del centenario dell’opera pucciniana.
    La sua commedia Villa Verdi è stata scelta per le celebrazioni verdiane di Genova. Inoltre, vista la fama raggiunta oltre oceano, ha inaugurato con Tosca il nuovo teatro dell’Opera del grande Centro De Las Artes Del Espectaculo Argentino. Per Beni è stato un trionfo con venti minuti di applausi e cascate di petali di rosa sul palcoscenico.
    Con estrema naturalezza Beni passava dalle ovazioni dei più grandi teatri agli applausi di una piccola folla nella piazza del suo paese.
    “Uno dei più profondi incantatori di palcoscenico” ha scritto di lui The London Times, “poeta visionario” lo ha definito Le Monde, mentre il New York Times ricorda i suoi spettacoli come “una magia che lascia senza respiro”.
    Ma sono forse le parole di Beni stesso a dare di lui il ritratto più fedele: «Devo stupire e meravigliare me stesso. Se succede, penso che lo sarà anche lo spettatore… Il mio vero mestiere è divertirmi e io mi diverto a fare tutto. Quando sono davanti a un palcoscenico vuoto e so che lo posso riempire di luci, costumi, scene, mi emoziono come quando ero bambino. In fondo io continuo a coltivare il bambino che è in me».
    La malattia e la morte lo colse l’undici ottobre del 2001.






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